Pagine

martedì 5 maggio 2015

Soliloquio di prima sera

E ci son pure queste sere vuote,
come deserti impossibili,
torridi, da attraversare;
e ci son pure facce molto note,
vacue e per nulla credibili
che fan da stella polare.
Ma che cos’è che non va?
Niente, e il problema sta qua:
nacqui trentotto anni fa
e, nonostante mi affanni,
nuoto nel nulla che va
e che, imperterrito, dura,
quasi che questa realtà
fosse la strada sicura
che non conduce che là
ove la gente matura
abdica, con gran viltà,
alla sua stessa natura
e sarà quel che sarà:
ché, se poi si ha un’opinione
un po’ diversa, chissà
che essa non sia la cagione
d’un qualche tarlo impudente,
tal che si svegli una mente
e ricominci a pensare!
Guai!
Si sa, in questo presente,
si han tante cose da fare:
perciò, se deleghi a un altro
l’onere di cogitare,
tu non dovrai che seguirlo,
perché lui sa dove andare!
Già,
ci sono pure queste sere vuote,
però i pavoni fan le loro ruote
e le fan continuamente,
tanto sanno che la gente
sta lì solo ad applaudire:
non le importa di capire
cosa accade per davvero,
se lo sforzo sia sincero
o soltanto per far scena.
Finirà anche questa pena:
questa croce da poeta
che mi son gettato addosso
tornerà ad esser di seta
e mi scoprirò commosso

venerdì 3 aprile 2015

Come Ponzio Pilato, ma per costrizione

Tentare di dire, di spiegare e – prima ancora, a monte – tentare di capire, perché «nessuno nasce imparato» e perché – a volte – le motivazioni a fondamento di determinate decisioni possono anche non essere di immediata comprensione; farlo sino ad accorgersi che – in fin dei conti – da capire non c’è proprio niente, che tutto è così palese, così lapalissiano da cadere quasi nell’ovvio, nel banale, nello scontato e che – se così stanno le cose – a te resta solo la scelta – che scelta non è – tra adeguarti, pur di garantirti – nel limite del possibile – un’esistenza degna di questo nome, o mandare all’aria tutto e tutti, compreso – a questo punto – anche te stesso.
Guardate, chi scrive comprende bene come quanto detto sia sintetizzabile nella proverbiale metafora dell’uovo di colombo; chi scrive è pienamente conscio di non aver espresso alcun nuovo concetto, di non aver aperto alcuna nuova via alla conoscenza; chi scrive – insomma – sa perfettamente che ha scoperto l’acqua calda, ma tant’è: l’oggettiva realtà dei fatti e delle circostanze non può che portare – a nostro giudizio, s’intende – al prender forma di considerazioni quali quelle di cui sopra.
Come se ne esce?
Oh no, non lo si chieda a noi, per favore e, anzi, chi capisce – o può capire – non finga di stupirsi dell’atteggiamento – peraltro solo apparente – da Ponzio Pilato che ci sentiamo di assumere in questo frangente: noi stiamo sereni – così come, da più parti, ci viene caldamente consigliato –  o almeno ci proviamo, pur nella certezza che – un domani – responsabili o meno, pagheremo un prezzo molto alto

mercoledì 1 aprile 2015

Pollicino

Restare esposto ai venti,
fare da parafulmine:
“Ma tu non mostri i denti,
qui siamo giunti al culmine!”
Tentar di articolare,
cercare di spiegare
che:”Però non è così,
non va poi tanto male!”
Ci si assuefa anche ai “Sì”:
bisogna pur campare.
Ma la figura del cretino?
Beh, quella tocca a te:
prova a spiegar che Pollicino
ha strada avanti a sé
e pane nelle tasche
per non trovarsi perso!
Ti ridono anche in faccia:
“Eppur non sei diverso:
perché non dai la traccia?”
“Perché, signori miei,
esiste il favor rei,
e il reo non sono io:
mi è testimone iddio,
quel Dio che pur non c’è
o non si vede mai!
La trama dei perché
si sposa con i guai
delle esistenze altrui
e, a te, resta soltanto
da chiederti chi sei”

lunedì 23 marzo 2015

Stormiscono le foglie

"Stormiscono le foglie":
la poesia, mia moglie,
serve per dire questo
e perché, tardi o presto,
si colga l'occasione,
si torni alla ragione.
"Stormiscono le foglie":
continuano le doglie
di questo nostro tempo
che passa come un lampo
e porta via persone
o smorza una passione
che ti  sembrava grande,
aprendo alle domande
che più non ti ponevi
le praterie che avevi
sepolto in fondo al cuore
per stupido timore.
Ora qui, in mare aperto,
ti accorgi che il deserto,
quello vero,
puoi sorvolarlo solo
se credi ancor nel volo
del pensiero.
"Stormiscono le foglie":
il vento che raccoglie
le mille tue esistenze
cancella le apparenze.
Adesso, all'orizzonte,
quel che sembrava un monte
rivela, nuda e pura,
la sua prima natura
di semplice salita:
la guardi e, dentro, pensi
che va così la vita;
ma ti hanno dato i sensi
per farti ponderare,
tra lo stormir di foglie,
che suono fa quel vento
che soffoca le voglie:
prima che sia tormento,
conviene prender atto
che, se non sei perfetto,
non sei neppure inetto.

venerdì 13 marzo 2015

Parabola esistenziale

...perché, in balia dei "Se",
non penseresti ai "Ma”,
non fosse che, per te,
esiste la realtà
solo così com'è:
straripano empietà
coloro che sostengono
che la felicità
è sempre dietro l'angolo,
che riempiono i discorsi
di false verità
buone da bere a sorsi,
sognando un'altra età.
Oh, sì, sarebbe bello
se il mondo fosse ancora
come credevi allora:
risuonan nel cervello
parole che oramai
non sentirai mai più;
i giorni che vivrai
saranno a tu per tu
sol con il tuo riflesso,
perché ora, in quello specchio,
non vedi che te stesso
inerme, arreso, vecchio.

venerdì 6 marzo 2015

Un'ora

E sono qui, ora,
a parlare d’un ora
che è nata
e non vuol finir mai,
un’ora sbagliata
e foriera di guai.
È un’ora arrivata per caso,
vestita di panni
che sembran di raso
e tesa a far danni,
a pigliar per il naso –
così, "col sorriso" –
noi tutti, perché:
“Ora dico che gli asini volano
e, se saltano solo, tant’è!”
E’ un’ora, signori,
almeno al momento;
però,
poiché i fiori li impollina il vento,
Dio non voglia che – prima di sera –
si tramuti, serena, in un’era:
laddove mai ciò dovesse accadere,
gente mia,
questo nostro aspettare e sedere
si farebbe agonia;
e per voi, se anche aveste capito,
giungerebbe dall’alto l’invito
di un cowboy che, col far da bandito,
imporrebbe si cambi la trama,
ma resti l’ordito

mercoledì 25 febbraio 2015

Sabbie Mobili

Sono, questi, giorni così uggiosi e plumbei che tutto sembra ammantarsi di un malinconico senso di ineluttabilità delle cose, come se – in vero – a noi non fosse dato di avere parte alcuna neppure nella determinazione dei più banali aspetti della nostra esiziale quotidianità.
Sarà la preponderanza del grigio nei colori che mostra – in queste circostanze – il cielo; sarà – ed è pur vero – che l’inverno è agli sgoccioli, ma la primavera è ancora molto di là da venire; sarà quel che si vuole (perché ciascuno, in definitiva, i conti li fa con la propria realtà), ma l’impressione è – per così dire – quella «delle sabbie mobili»: la si respira nell’incipiente immobilità e nell’apparente irreversibilità del tempo, nella sempre maggiore labilità del confine tra valori e disvalori e nel fatto che i primi – cioè i valori – pare siano, non solo e non tanto estremamente fungibili (cosa inquietante di per sé), quanto aleatori e contingenti, figli del caso, del momento e – perché no – financo della convenienza.
Sì, vede nero il vostro «puerile scrivano», ma poco male: non è la prima volta che accade e certamente – se questa è la china – non sarà l’ultima.
Torna, dunque, la cupezza di quelli che – per uno che, immeritatamente, si fregia del titolo di poeta – dovrebbero essere i tempi migliori: se sta bene, infatti, il poeta non scrive.
Ad ogni buon conto e al di là dei facili panegirici argomentativi, però, il problema resta; e al suo cospetto – schiavo come sono del mio stato d’animo – mi esimo volentieri dal proporre soluzioni, indicare possibili vie d’uscita o quant’altro: in fondo – poiché si vuole che io stia sereno – la cosa non mi compete, non spetta a me. È indubbio, tuttavia, che sarei veramente molto più sereno se neppure mi tangesse…!