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mercoledì 16 marzo 2016

Riassunto senza prospettiva


Colei che nulla era
e colei che era tutto
si fondono nell’unica mancanza,
che è quella d’ogni sera,
e sondano, da anni, la distanza
del “C’era, ma non c’era”.
Il tempo, che continua a far la lepre
e appiccica i momenti che riscopre
all’anima vestita da parete,
mi insegna come “l’era delle fate””
non venga, quasi mai, vissuta “a rate”:
la mia, sempre che vi sia pur stata,
non è certo da oggi che è finita.
Rimuginare cosa si è sbagliato
rinfocola semplicemente il mito;
e dovrei dir: “Quello che è stato è stato”,
correre ancora verso l’infinito,
però mi par di non aver più fiato
e anche la voglia mostra un po’ la corda.
Così m’acconcio a un esistenza amorfa,
tarpo le ali ai sogni che ho di scorta
e che non ho la forza di inseguire.
Sol chi già sa, di poi, potrà capire
come e perché mi siedo, sì, sul fiume,
ma non ne scruto più neppure il corso:
mi tolgo, una per una, le mie piume,
mondandole financo dal rimorso.

venerdì 26 febbraio 2016

Tornare (Soverato - parte seconda)

Tornare, sì, vorrei tornare
e rivedere il cielo e il mare
che son sinonimo di libertà,
di “capodanno esistenziale”
per una vita da sempre a metà:
perché lì non s’indossano maschere
e nessuno ti chiede di vivere
come un altro diverso da te;
e, se non amicizia, cos’è
quello spendere tempo con me
o lasciarmi anche solo a pensare,
a guardarmi un po’ dentro e a e cercare
un appiglio per non naufragare
tra le somme, che son da tirare
e comunque non tornano mai,
e il bisogno che ho di respirare,
di chetare per qualche momento,
con l’aiuto – magari – del vento,
tutto il vostro trambusto, il vivai
e il fermento dei mille pollai
che pur riempiono quest’esistenza.
È l’istinto di sopravvivenza
a colmare, con versi e speranza,
questo fiume di tempo e distanza
che guardo, con molta inquietudine,
scorrere placido malgrado me,
mentre sorella solitudine
insinua il dubbio, che invero non c’è,
che questa voglia non sappia di sé
e sia frutto d’un mero capriccio,
di un desiderio falso e posticcio.
Mi pare inutile spiegare,
a lei che in quei giorni svanisce,
che l’esigenza di tornare
non muore o non s’assopisce.
Già,
spero davvero di tornare
e ritemprarmi sotto al sole
che, a picco e perpendicolare,
narciso, si specchia nel mare,
di posar lì la grande mole
d’elucubrazioni noiose
che è insita in tutte le cose

venerdì 5 febbraio 2016

Stagioni

Una vaga sensazione di indolenza permea e pervade le prime ore di questo venerdì cinque febbraio: l’epoca è quella che è e tutti – chi più, chi meno – ne subiamo il “fascino” – si fa per dire –malato e leggermente malinconico.
Quest’anno, per di più, pare proprio che l’inverno – meteorologicamente parlando – non voglia nemmeno venire, cosa che aiuta noi poeti – sempre in balia delle bizzarre e mutevoli stagioni dell’anima – a barcamenarci un po’ meglio nel “vivere pratico", anche se l’innata attitudine a fotografare il tempo – quello “antropologico”, s’intende – turba non poco i nostri sonni: cacofonie variamente assortite – disseminate ad arte nella quotidianità del Paese – mirano, infatti, ad edulcorare la realtà di tutti e di ciascuno, distogliendo l’attenzione generale dai problemi veri; e poco male se – un domani – ci si risvegliasse in un’era nella quale la partecipazione, “il farsi carico, il prendersi cura” fossero inutili orpelli, banali incombenze da espletare – a scadenze stabilite – in ossequio al rispetto delle regole formali.
Sommessamente, da umili e semplici osservatori delle italiche magagne quali siamo, ci permettiamo di ricordare che – solo pochi anni fa, quando sembrava spirare un altro vento (ma chissà se era poi tanto diverso da quello che soffia oggi) – in molti, anche a squarcia gola, cantavano e gridavano che:
«[…]questa maledetta notte
dovrà pur finire[…]».
Adesso, tutto si è sopito; adesso – per meglio dire – in tanti si sono assopiti, ma l’alba noi – sarà che siamo ipovedenti – non la vediamo ancora.

giovedì 4 febbraio 2016

Poveri cristi

E, sotto la nebbia opaca
che ammanta ogni cosa,
c’è l’anima mia che, sacra,
prudente e gelosa,
difende se stessa dal mondo:
si muove qualcosa
nel ventre viscoso e profondo
d’una realtà come questa,
che l’abito della festa
vuole indossarlo comunque.
Anche in un bagno di sangue,
osa danzar sulle punte:
senza guardarsi allo specchio,
tiene ben chiuso l’orecchio,
per cui quel rumore di fondo
non tange la sua voluttà
e quelli che chiedon pietà
possono solo annaspare,
privi di appigli e speranza,
nel blu cobalto d’un mare
ricolmo d’indifferenza.
Oh, donna che reggi il destino
e guidi del tempo il cammino,
spiegami almeno perché
soltanto i poveri cristi,
quelli che sanno com’è
la litania dei sofisti,
non si dan pace che a te
piaccian buffoni e arrivisti

mercoledì 3 febbraio 2016

Buongiorno

Buongiorno, sempre ammesso che lo sia e/o che – in caso contrario – lo possa diventare quanto prima; buongiorno, in questa giornata uggiosa di “battistiana memoria”, tra conti che – esistenzialmente parlando – non tornano più – ed anzi, a dirla tutta, non tornano mai – ed una miriade di quisquiglie diurne che impongono – o meglio imporrebbero – al sottoscritto una presenza fattiva, vigile e concreta impossibile – allo stato e in tutta onestà – da garantire ed assicurare sotto alcuna forma.
Così, chi lo sa se quello che si apre sarà o non sarà un buongiorno?
Quelli che fanno gli oroscopi, quelli che divinano responsi, ci annoverano – in questo duemila sedici – tra i segni più forti dello zodiaco, ma – se la memoria non ci inganna – era così anche l’anno scorso e l’anno prima: dunque, i coglioni (ci si passi il francesismo), se ancora continuassimo a credere che il fato sia scritto nelle stelle, saremmo comunque noi, noi che – alla faccia della coerenza – per celia, pendiamo quotidianamente dalle labbra di Paolo Fox e pendevamo, ieri, da quelle di Branko.
Come se non bastasse, poi, la nostra scrivania – quella di casa – ci ricorda che Pitagora (ma qui si tratta al massimo di astronomia), da settimane, aspetta di essere riscoperto – o meglio, capito – ma l’armonia non trova posto – ora come ora – in una mente, la nostra, che – se ha indubbiamente sete di sapere, e di sapere filosofico in particolare – è però molto impegnata a tentare, purtroppo vanamente, di sbrogliare l’intricatissima matassa dei rimorsi, dei rimpianti e dei ripensamenti.
Certo, la buriana – in un modo o nell’altro – passerà: tante, infatti, e forti come e più di questa, ne sono e ne abbiamo passate; tante, infatti, sono state le volte in cui, come adesso – senza un motivo apparente – ci siamo ritrovati così, sospesi in balia del presente, a cercare di guardare oltre un orizzonte dalla linea curva ma che sembra immobile.
È l’attesa che snerva, specie in circostanze come questa, quando – con esattezza – non è dato nemmeno sapere che cosa si aspetta e una vocina – da dentro – insinua che magari, invece di aspettare, sarebbe opportuno muoversi in prima persona, correre in una direzione, anche se – mutuando il verso da un Guccini d’annata – «quale sia e che senso abbia chi lo sa».
Allora, buongiorno: sia come sia, da qui si comincia, perché augurarlo agli altri è augurarlo un po’ anche a se stessi.

venerdì 27 novembre 2015

Vuoto a perdere

Questo gran bisogno di pensare, a noi stessi e al mondo (perché i poeti sono tali se, e solo se, pensano a se stessi nel mondo), ci porta ad estraniarci dal resto, da tutto il resto.
Si badi, non c’è – a nostro modo di vedere, s’intende – alcuna contraddizione: dunque, il resto non è il mondo; il resto è – al contrario – tutto ciò che non influisce, che non ha ricadute, sulla quotidianità di tutti e di ciascuno.
Detta così – ce ne rendiamo perfettamente conto – potrebbe sembrare che il famoso “resto” includa e comprenda anche, se non addirittura essenzialmente, il “mondo interno” di ognuno di noi, cioè quella serie di sentimenti, sensazioni ed emozioni personali che fanno di un individuo quel che è.
Ma non esiste poeta che sia privo e/o che non curi – prima d’ogni altra cosa – il proprio mondo interiore: allora?
Allora, il resto sono – banalmente dette – le futilità, quella sterminata e variegatissima gamma di “quisquiglie e pinzillacchere”, come le chiamava il principe De Curtis, che pure riempiono l’esistenza di quanti – e sono sempre tantissimi – a pensare, ci si passi il gioco di parole, non ci pensano proprio
Sì, perché – vedete – poi c’è la vita, quella vera, e c’è chi – nella vita vera – a volte, si stanca di mediare, di fare il pendolo, il contrappeso, lo schermo, il parafulmine e – per tentare di capire – si rifugia nel pensiero, convinto com’è che occorra fare il possibile perché non abbia mai a spezzarsi il filo rosso che lega quel che siamo e quel che siamo stati; e poco male se ciò fa rima con cultura: tutto si può temere, tranne il sapere.
Può anche accadere, così, che – per puro amore del sapere – qualcuno, qualcuno che è comunque “del mestiere”, avverta l’esigenza – pazzo com’è – di continuare a domandarsi, e di cercare di scoprire, il perché delle cose, quasi come non potesse fare a meno di “girare attorno” ad un concetto, Dio, che – a seconda dei punti di vista – tutto spiega o è cagione di qualsivoglia interrogativo.
Ecco, questo gran bisogno di pensare è figlio, non già della rabbia, ma della delusione: non rimpiangiamo certo l’era delle ideologie, le quali – per quanto siano oggi vituperate e misconosciute – davano comunque un orizzonte di senso, ma ci sconvolge e ci inquieta non poco il vuoto assoluto ed assordante che le ha sostituite.


Matteo Sabbatani

mercoledì 23 settembre 2015

A Sara (inserita nella raccolta "Nel buio, le mie colonne d'Ercole" - Bacchilega editore 2016)


Così ti sei sposata, amica mia,
e poi aspetti un figlio ed è poesia
di quella vera.
È stato bello esser con te,
sentirti dir quel “Sì”
che è per la vita intera,
perché, quando sei lì,
sai che comincia un’era
che tende all’infinito
e guarda il sole in faccia
senza temerne i raggi:
chiunque vi abbia unito
lo ha fatto con sagacia,
quella che han solo i saggi.
Poi non è mica vero
che tutto è contingente
e, se ne vuoi  la prova,
noi, che non siam “la gente”,
siamo una cosa nuova
e antica come il mondo
perché ci vogliam bene,
un bene ‘si profondo
che, a dirla come viene,
sfida persino il tempo,
il correr via degli anni
tra risa, abbracci e affanni
da chiuder nello scrigno
dei bei momenti andati,
guardandoli col ghigno
di chi ha comunque vinto,
perché non c’è alcun vento
che possa cancellare
l’affetto che ci lega,
né vi sarà mai nulla
in grado di minare
quel “sempre” che è anche diga
e punto cardinale
nel corso, non banale,
di questa mia esistenza,
sponda sicura e certa
d’un cuore sempre all’erta.