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Visualizzazione post con etichetta sezione 2: Roberto Vecchioni. Mostra tutti i post
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lunedì 4 aprile 2016

Il nuovo libro di Roberto Vecchioni

In libreria, per Einaudi,

La vita che si ama, storie di felicità

il nuovo libro __ un romanzo epistolare __ di 
Roberto Vecchioni


Il libro:
E’ questo il suo libro più intimo e autobiografico. Il libro in cui l’idea stessa della vita e della felicità, il senso del rotolare dei giorni, trova forma di racconto.
Perché i momenti più belli o più intensi della nostra esistenza brillano nella memoria: sono luci che abbiamo dentro e che a un tratto sentiamo il bisogno di portare fuori. Magari per i nostri figli, e per tutti quelli che hanno voglia di ascoltare.
“Non si è felici nell’imperturbabilità, ma nell’attraversamento del vento e della tempesta”.
E’ inutile chiedersi cosa sia la felicità o come fare a raggiungerla scrive Roberto ai figli nella lettera che apre questo libro: la felicità non è una questione d’istanti, ma una presenza costante, che corre parallela a noi. Il problema è saperla intravvedere, imparando a non farci abbagliare.
Roberto Vecchioni ci conduce in un viaggio personale lungo quello che chiama il tempo verticale, uno spazio che tiene uniti tra loro passato presente e futuro, dove nulla si perde. D’altronde “la felicità non è un angolo acuto della vita o un logaritmo incalcolabile o la quadratura del cerchio: la felicità è la geometria stessa”.
Troviamo nel libro episodi bizzarri vissuti insieme ai suoi figli, episodi comici e drammatici della sua carriera di insegnante; dagli amori perduti o ritrovati fino a un ritratto vivo e passionale di suo padre Aldo. Ma ci sono anche le canzoni , squarci letterari, miti e un frammento di Saffo e la Casa sul Lago testimone di tanti momenti .
Roberto Vecchioni attinge alla propria biografia per costruire un vero e proprio manuale su come imbrigliare la felicità, senza farla scivolare via finché non diventa soltanto un ricordo.


sabato 11 ottobre 2014

Il nuovo libro di Roberto Vecchioni

Dal 28 ottobre in libreria, per Einaudi 
«IL MERCANTE DI LUCE»

Trama

L'eroe è diverso, solo e diverso. È solo l'eroe tragico, così come l'eroe lirico. Marco è ormai prossimo alla fine. Ha diciassette anni e soffre di progeria, una malattia che accelera vertiginosamente lo scorrere del tempo e condanna a una vecchiaia precoce. Suo padre, Stefano Quondam, fuori dal tempo e dal mondo ci si è sempre trovato, anche se in maniera diversa. È un luminare di letteratura greca, grandissimo e misconosciuto, un Don Chisciotte che non ha mai smesso di combattere una testarda battaglia contro la stupidità e l'omologazione. Ma tra i due, chi è veramente il mercante di luce? Chi salva l'altro? Questa è la cronaca degli ultimi dieci giorni di un ragazzo colto e curioso, emozionato di fronte a quello che sa della vita, e di un padre che gliene spiega il senso, l'unico che conosce. Il filo che li unisce, che trasforma il pensiero in un racconto che non potrà essere dimenticato, è la poesia greca: un excursus appassionato, un viaggio luminoso in cui si rincorrono i grandi gesti e le tenere paure di poeti e poetesse dell'unico tempo possibile, quello tra il mito e l'invenzione dell'amore. E sarà proprio qui, in un punto sospeso tra pagine da sfogliare, gioco, passioni e vita vissuta, che troveranno il varco per salvarsi entrambi, perché non è possibile che "gli uccelli cantino quando finisce una tempesta e un uomo non sappia essere felice per il sole che gli resta".

Note Editore


Un padre e un figlio, intorno a loro il mondo di oggi e dentro di loro un mondo sospeso tra mito e invenzione: un romanzo intensissimo sull'amore per i libri e per la vita.

Prefazione


"Lui non sta ritto ai quadrivi come un imbonitore. Lui va, casa per casa, lui sta nella mia casa. Lui è il mercante di luce. E il suo prezzo è il mio cuore in tumulto"
L'eroe è diverso, solo e diverso. È solo l'eroe tragico, cosí come l'eroe lirico. Marco è ormai prossimo alla fine. Ha diciassette anni e soffre di progeria, una malattia che accelera vertiginosamente lo scorrere del tempo e condanna a una vecchiaia precoce. Suo padre, Stefano Quondam, fuori dal tempo e dal mondo ci si è sempre trovato, anche se in maniera diversa. È un luminare di letteratura greca, grandissimo e misconosciuto, un Don Chisciotte che non ha mai smesso di combattere una testarda battaglia contro la stupidità e l'omologazione. Ma tra i due, chi è veramente il mercante di luce? Chi salva l'altro? Questa è la cronaca degli ultimi dieci giorni di un ragazzo colto e curioso, emozionato di fronte a quello che sa della vita, e di un padre che gliene spiega il senso, l'unico che conosce. Il filo che li unisce, che trasforma il pensiero in un racconto che non potrà essere dimenticato, è la poesia greca: un excursus appassionato, un viaggio luminoso in cui si rincorrono i grandi gesti e le tenere paure di poeti e poetesse dell'unico tempo possibile, quello tra il mito e l'invenzione dell'amore. E sarà proprio qui, in un punto sospeso tra pagine da sfogliare, gioco, passioni e vita vissuta, che troveranno il varco per salvarsi entrambi, perché non è possibile che «gli uccelli cantino quando finisce una tempesta e un uomo non sappia essere felice per il sole che gli resta».



martedì 9 settembre 2014

Dal 15 settembre in edicola


Da Lunedì 15 settembre sarà in edicola la raccolta inedita delle migliori canzoni di Roberto Vecchioni.
Brani indimenticabili, entrati nella memoria di tutti gli italiani,ma anche brani meno noti da riscoprire, selezionati e commentatidall’artista stesso e dal critico musicale Mario Luzzatto Fegiz.
14 CD mai pubblicati del Prof, più il DVD Camper,che lo vede protagonista di una grande interpretazione dal vivo.

Una collezione di musica, vita, poesia e grandi storie.

mercoledì 6 novembre 2013

«Io non appartengo più»: tutti i segreti, e i contenuti, del nuovo album di Roberto Vecchioni


Eh sì, gli perdoniamo pure quella brevissima autocitazione sul finire della penultima strofa del brano omonimo dell’album, quel «Io volevo ed eran voli» che fu il titolo, qualche anno fa, di una raccolta di poesie data alle stampe per sostenere una giusta causa; e lo facciamo – gliela perdoniamo, cioè – mossi non già da permissivismo, manierismo o magnanimità (non amiamo annoverarci tra quelli che, “siccome lo ha scritto – o lo ha detto – il prof., allora è bello o è giusto a prescindere) ma perché lì – in quella canzone – e, a maggior ragione, lì – alla fine dell’album – quel verso acquisisce – a nostro giudizio, s’intende – il suo significato più pieno e pregnante.
Sì, perché questo «Io non appartengo più» di Roberto Vecchioni è un album in cui la dimensione privata e personale e quella pubblica, “sociale e politica” del cantautore si mescolano alla perfezione: il Professore, infatti, decide di rifugiarsi nell’amato umanesimo in cui il silenzio è l’insieme d’ogni voce, ergendolo ad ultimo baluardo, ad ultima, strenua ed estrema difesa nei confronti di una società – quella contemporanea e postmoderna – che, se si vuole anche paradossalmente, ha finito – assumendo e subendo passivamente i modelli imposti da quei mass media che paiono capaci di propinarci soltanto un inventario sempre mutevole di suppellettili – per ritrovarsi imbrigliata nell’eterno castigo di un pianto antico, rinunziando di fatto – anche su un piano individuale – a qualsiasi autonomia di scelta.
Questa, in altri termini, è una società che – in preda com’è ad un effetto domino apparentemente auto poietico e inopinatamente autoreferenziale – si regge sul falso mito dell’uomo indomito e procede a tentoni, lasciandosi abbagliare da quest’ultimo – col suo portato di finte scaramucce e contrapposizioni sterili e prive di contenuto – come se, appunto, Sofocle e il suo Edipo a colono non fossero mai esistiti, come se non esistesse il libero arbitrio, come se – dal quattrocentouno avanti cristo ad oggi – nulla fosse accaduto, come se il rapporto uomo Dio – o, se si preferisce, uomo destino – fosse, ora come allora, unidirezionale ed univoco.
Ma così non è e, anzi, Dio – che, nel solco della più consolidata poetica vecchioniana, consapevole di avere comunque l’ultima parola, continua a giocare a nascondino con gli uomini – si può pure dribblare con una finta, tale e tanto è il dubbio che non sia che un refuso grammaticale di un alfabeto sociale che – ben lungi dal riscoprire il senso effettivo delle parole ed il loro corretto utilizzo – condanna l’individuo ad un solipsismo cibernetico che si estrinseca in relazioni eminentemente virtuali, con buona pace – sembra dire il Nostro – di quell’antico sogno di eguaglianza ed equità che proprio in Grecia vide gli albori e del quale, invece, l’attuale declinazione della democrazia sembra voler far strame, impegnata com’è ad inseguire e a postulare – nella migliore delle ipotesi – una concezione meramente funzionalista del rapporto uomo società (il pensiero orizzontale) e/o ad incunearsi in sentieri populistici e demagogici (la democrazia totale). Ecco, dunque, perché e a cosa il “poetastro” – come lui stesso si definisce – non appartiene più; ecco, allora, che – rifuggendo e rigettando, anche dal punto di vista formale (ovvero stilistico e narrativo), schematismi e ortodossie – egli ci invita a riappropriarci della considerazione per cui il futuro si costruisce solo con la consapevolezza e la conoscenza di ciò che è stato, poiché:

«[…]in questo solitario viaggio
di paura e di coraggio,
non esiste mai un addio[…]»
e
«perché il passato è lì davanti
e la tua vita è quel che senti
e che nessuno ruberà»,

come canta il trionfatore di Sanremo duemilaundici in “Così si va”, brano in cui – peraltro – il titolo si fa anafora, figura retorica a cui l’artista ricorre sovente in questo disco, come a voler fissare – aprendo più strofe col medesimo verso – l’importanza di un concetto. Già, perché questa, a ben guardare, è un’epoca in cui – dopo che l’occidente, con la scusa di doversi disfare delle ideologie, ha gettato alle ortiche anche le idee – di concetti fissi – cioè di paradigmi in grado di offrire una lettura della realtà, una prospettiva – non ce ne sono più: anche Vecchioni, pertanto, veste i panni del disilluso e scorato capitano di una nave a bordo della quale una ciurma impaurita e renitente vaga, senza meta, in balia di un mare che, imperterrito, continua ad incresparsi di onde; in altri termini, oggi, è come se quei segni con la matita rossa che – siccome tanto la mappa non si faceva disegnare – nel settantasei non servivano, fossero divenuti – in un gioco di climax crescenti che quasi si sovrappongono l’un l’altro – una volta celeste colma di stelle così sparpagliate, sbracate, stralunate, perdute e miserabili da non riuscire nemmeno ad indicare l’orizzonte, a dare un senso compiuto, una rotta precisa alla navigazione.
Dunque, cosa resta? Come reagire, come uscire da questa vacuità di fondo?
Per il cantautore meneghino, il conto è presto fatto e, per fortuna, non è a saldo zero: a lui, infatti, non importa un fico secco – un domani – di passare alla storia, d’essere ricordato per quel che scrive ed avrà scritto, per tutte quelle parole – cioè – che han fatto piangere, sognare e vincere chi solitamente perde; no, colui che – a colpi di canzoni e, appunto, parole – ha messo all’angolo, fatto impallidire, stordito, massacrato, sputtanato e fatto fuggire persino il dolore dal ring della vita, colui che ha compreso la netta superiorità dell’uomo rispetto al dolore medesimo, vuole essere ricordato solo per le sue manie, le sue cialtronerie, le sue indecifrabili ironie.
Intanto, però – proprio perché a nessuno è concesso, e nessuno si può concedere di sua sponte, il lusso di giocare a rimpiattino con un tempo che è sempre meno di quel che si pensa – è perfettamente inutile perderne troppo a rincorrere le miserie immobili di questa esistenza: meglio – allora – innamorarsi dell’amore, lasciarsi precedere, indicare la strada e condurre per mano dalle nipotine, insegnando loro a diffidare delle apparenze e a non temere le differenze; meglio tentare di ritrovare – tra i versi della poetessa polacca, premio Nobel per la letteratura nel 1996, Wisława Szymborska, recentemente scomparsa – la sorpresa del mondo, la magia d’essere vivo; meglio giocare sì – ma di sponda – con Borges, cercando di scoprire il miracolo segreto insito in quel giocattolo di vetro che è la vita; meglio, da ultimo – nel ricordo di Franca Rame – prendere esempio dalle donne, tutte le donne – dalla matita di Dio, madre Teresa di Calcutta, a Rosa Luxemburg, dalla scrittrice francese Simone De Beauvoir (Parigi, 1908-1986) alla più dedita delle infermiere, dalle contadine alle studentesse – per imparare davvero il mestiere d’esser uomini.

Matteo Sabbatani

domenica 6 ottobre 2013

Roberto Vecchioni, da Fazio, spiega perchè «...non appartiene più...»

Disponibile in tutti i negozi di dischi dall'8 ottobre 2013
Io non appartengo più
(R. Vecchioni)

Io non appartengo più
alle cose del mio tempo;
non mi riconosco più,
lì, nascosto dietro un canto:
non mi basta nemmeno il cuore
per giustificare, capire,
sentire, immaginare;
non mi basta la forza degli occhi
per voltarmi e non guardare.
Io non appartengo più,
viaggio come un clandestino
di una nave senza rotta
già segnata dal destino;
io non appartengo più
ai borghesi, gli inciuciai,
le banche e ai cazzi in culo
e, mi scuso,
ma c'ho pure il dubbio che
sia perfino Dio un refuso.
Sono sveglio, dentro un sonno
di totale indifferenza,
che persino tra le gambe
mi si è persa la pazienza;
io non appartengo al tempo
del delirio digitale,
del pensiero orizzontale,
di democrazia totale.
Appartengo a un altro tempo,
scritto sopra le mie dita
con i segni di chitarra
che mi rigano la vita;
io l'ho vista la bellezza
e ce l'ho stampata in cuore,
imbranata giovinezza
a ogni nuovo, antico amore.
Io non appartengo più:
mi fa ridere, lo ammetto,
ma - vi giuro - non lo faccio
per malinconia o dispetto;
non lo dico per stanchezza,
al calar del sipario su spettatori immaginari:
sono gli uomini la stizza,
sono i loro dtupidari.
Così corrono ad oriente
e non c'è stella cometa,
e moltiplicano il niente
per chiamarlo ancora vita,
come chi ha dimenticato,
come chi non ha provato,
come chi si è sorpassato,
non si è visto e ha continuato.
Io non appartengo a un tempo
che non mi ha insegnato niente,
tranne che puoi esser uomo 
ma non diventare gente;
io volevo, ed eran voli
di uno sparso, antico sogno,
per non rimanere soli,
accecati nell'abbaglio.
Io non appartengo e lascio
lo spiraglio alla mia porta:
solo, quando vieni,
fallo con l'amore di una volta

lunedì 4 febbraio 2013

Roberto Vecchioni inizia l’avventura di Amici: "Come sempre al centro della mia vita i ragazzi e la musica e le parole..."


“La cosa più importante nella vita di un uomo è avere tanti amori.
E io, alla soglia dei settant’anni posso dire di averne avuti tanti, perciò  sono un uomo fortunato.
Tra i più importanti, tra quelli sempre al centro della mia vita, ci sono stati i ragazzi e la musica e le parole. E le parole nella musica.
Oggi Maria De Filippi mi regala l’opportunità di mettere tutte queste cose insieme: parlare ai giovani delle parole nella musica.
Di perché le une e non le altre, di perché in quel momento e non in un altro.
E di farlo, spero, attraverso gli allievi di ‘Amici’ anche per tanti altri ragazzi che hanno voglia di ascoltare come ogni traccia che l’uomo lascia dietro di sé sia comunque cultura.
Inizio quest’avventura con grande emozione, grato a Maria, alla sua grande intelligenza e professionalità.”
 
Roberto Vecchioni


L’impresa, caro Roberto, è a dir poco ardua, anche – se non soprattutto – per il contesto e per il format in cui ti troverai ad operare, ma penso tu ne sia perfettamente e pienamente consapevole.
Non nego di avere qualche perplessità in merito a questa avventura: per averlo più volte visto e vissuto in prima persona, infatti, so molto bene quanto riesci a dare in situazioni a te confacenti e temo che questa non lo sia.
Temo, in altri termini, tu ti possa ritrovare a dover scendere a compromessi non di poco conto col tuo stesso modo di essere, con “la tua natura”, quella coerenza che sempre cerchi e dimostri nei fatti e nelle cose.
L’intento, stando a quanto hai dichiarato, è alto e nobile: speriamo ti sia consentito di perseguirlo. Auguri!
Con l’affetto, la stima e la gratitudine di sempre,
Matteo Sabbatani
 
Caro Matteo, grazie per la tua osservazione, soprattutto perché manifesta grande stima, amicizia e affetto nei miei confronti. Comprendo i tuoi dubbi, e non ti posso negare che anch'io ho riflettuto a lungo prima di accettare l'invito, però è altrettanto importante, nella vita di tutti i giorni come in un percorso artistico, crederci e provarci, perché non ho mai accettato passivamente le situazioni e i luoghi comuni, ho voluto sempre metterci la mano, provare (nel mio piccolo) a cambiarle. Non lo so quanto resterà di me ai ragazzi che partecipano alla trasmissione o a quelli che la seguono da casa, però in questi primi giorni di avventura ad Amici ho avuto tanti messaggi, tanti riscontri proprio dai giovani. Credo, quantomeno, di aver destato la loro curiosità, come di aver posizionato un punto di domanda nei loro pensieri. Se così è, se così sarà lungo questo percorso, avrò, anzi avremo, gettato un seme. Magari piccolo, ma un seme. Chissà, magari in futuro loro sapranno farlo germogliare. E tutto ciò è già importante. Grazie ancora del tuo interessamento, con reciproco grande affetto,
Roberto Vecchioni 


lunedì 28 gennaio 2013

Roberto Vecchioni: "Ho conosciuto il dolore"


Ho conosciuto il dolore 
(di persona, s’intende) 
e lui mi ha conosciuto:
siamo amici da sempre,
io non l’ho mai perduto; 
lui tanto meno, 
che anzi si sente come finito 
se, per un giorno solo, 
non mi vede o mi sente.
Ho conosciuto il dolore 
e mi è sembrato ridicolo,
quando gli dò di gomito,
quando gli dico in faccia: 
”Ma a chi vuoi far paura?” 
Ho conosciuto il dolore: 
era il figlio malato, 
la ragazza perduta all’orizzonte, 
il sogno svanito, 
la miseria dopo l’avventura;
era il brigante all’angolo 
che mi chiedeva la vita; 
era il presuntuoso tumore che mi porto dentro 
da una cellula impazzita; 
era Dio, che non c’era 
e giurava, ah se giurava, di esserci; 
la sconfitta patita, 
l’indifferenza del mondo alla fame, 
alla povertà, alla fatica; 
l’ho conosciuto 
e l’ho preso a colpi di canzoni e parole 
da farlo tremare, 
da farlo impallidire, 
da farlo tornare all’angolo,
pieno di botte, 
che nemmeno il suo secondo 
sapeva più come farlo di nuovo salire sul ring, 
continuare a boxare.
E, un giorno, l'ho fermato in un bar,
che neanche lo conosceva la gente;
l’ho fermato per dirgli: 
“Con me non puoi niente!” 
Ho conosciuto il dolore 
ed ho avuto pietà di lui, 
della sua solitudine, 
di questo cavolo di suo mestiere; 
l’ho guardato negli occhi,
che sono voragini e strappi 
di sogni infranti: 
“Ti vuoi fermare un momento?”, gli ho chiesto, 
”Ti vuoi sedere? 
Vieni con me, 
andiamo insieme a bere. 
Hai fatto di tutto 
per disarmarmi la vita 
e non sai, non puoi sapere 
che mi passi come un’ombra sottile sfiorente, 
appena-appena toccante, 
e non hai vie d’uscita 
perché, nel cuore appreso, 
in questo attendere
anche in un solo attimo, 
l’emozione di amici che partono, 
figli che nascono, 
sogni che corrono nel mio presente, 
io sono vivo 
e tu, mio dolore, 
non conti un cazzo di niente”. 

 Roberto Vecchioni ospite a RadioItaliaLive/VideoItaliaLive

lunedì 12 marzo 2012

Parte da Imola, il prossimo 21 aprile, il nuovo tour di Roberto Vecchioni. Ecco perchè, ancora una volta, lo ringrazierò


Lo so, rischio persino di essere ripetitivo, melenso, patetico, ma tant’è: non obbligo mica nessuna a leggere queste poche righe, a seguirmi, ad inoltrarsi con me in un sentiero – questo – che, come accade molto di rado, ha un percorso chiaro, definito e privo – sin dalla partenza – di ostacoli, tortuosità improvvise, curve a gomito o “a radicchio”.
Dunque, una volta tanto, nessun mistero: si sa da dove si parte e dove si va a parare, e poco male se manca un po’ di suspance, se non stuzzico l’avida curiosità di qualcuno.
Vedete, nella vita, le svolte – belle o brutte che siano – arrivano, nella stragrande maggioranza dei casi, quando meno te le aspetti, quando ti sembra che ormai la tua esistenza sia irrimediabilmente incanalata – piaccia o non piaccia – in una direzione precisa, tanto che stai quasi per arrenderti all’evidenza: hai già aperto un cassetto sufficientemente grande, almeno speri, da contenere anima, sogni, speranze e, insomma, te stesso, con quel pessimo vizio che ti ritrovi addosso – e chissà poi perché – di ragionare sulle cose, dare peso e senso alle parole, formarti opinioni, avere idee, guardare un po’ più in là di un naso – il tuo – che pure è pronunciato, spaccare in quattro il proverbiale capello, vivere.
Fatto sta che il calendario è lì a ricordarti – e con tassonomica puntualità – che compirai diciotto anni nel giro, esatto-esatto, di una settimana ed è certo che li festeggerai – si fa per dire – tra gente che, eccezion fatta per uno, non conosci, non ti conosce e con te ha in comune soltanto – almeno al momento – il generico status di disabile; poi c’è un nipote – il primo nipote – in arrivo di lì a qualche mese, verso il quale – benché si porti via tuo fratello – senti di nutrire, sin d’ora, un affetto sconfinato: perché? Perché è il primo, certo; perché è – appunto – tuo nipote ed è un bimbo che – domani – sarà ragazzo, persona e uomo migliore di te, altrettanto sicuramente; ma anche – e forse soprattutto – perché sai, tu sai, che lui non centra proprio niente col mondo nel quale – suo malgrado – dovrà campare.
In un pomeriggio di maggio, mentre questo grande frullatore non smette neppure per un attimo di mescolarti in testa pensieri ed emozioni così, ti ritrovi seduto su una poltroncina del teatro d’una città chiamata a raccolta per il ventennale della scuola che frequenti e vedi che, sul palco, accanto al preside e al suo vice, c’è un omino piccolo con una carica interiore che a te pare enorme: Roberto Vecchioni – o meglio, il professor Roberto Vecchioni – è uno che viene da Milano, insegna lettere al liceo, ma fa anche il cantante; Roberto Vecchioni – o meglio, il professor Roberto Vecchioni – è famoso perché ha scritto quella canzone che fa:
«Oh-oh cavallo»
Ecco, saluta, ringrazia per l’invito, comincia a parlare – badate bene, a parlare, non a cantare – e dice cose che – se le dicessi tu, tu che le hai tutte dentro e le senti fare una ressa tremenda tra gli ingranaggi del frullatore – ti prenderebbero per pazzo; invece no, le dice lui e non vola una mosca, cazzo.
Parla e parla ancora – l’omino sul palco –di vita, passione, del senso delle cose – tutte le cose, anche il dolore – e, tombola, dell’importanza e del peso che hanno parole – tutte le parole, quelle che diciamo e quelle che ci vengono dette – e tu ascolti e ti accorgi – per la prima volta in vita tua – che a questo mondo – dove sembra contare moltissimo come sei e niente, o quasi niente, chi sei – c’è anche gente che “parla la tua lingua”, o comunque una lingua simile a quella che – potendo – anche tu parleresti. Certo, c’è pur sempre Dio di mezzo e, con Dio – a quell’età e nella condizione in cui sei – tu hai ancora un paio di conti da saldare: è normale, quindi, che qualche passaggio non sia – a tuo modo di vedere – totalmente condivisibile, ma – in generale – il discorso ti piace, senti che è vero.
Adesso, pare che financo il frullatore si sia fermato, ma  forse gira solo più lentamente e ti concede – in questo modo – di cominciare a “censire” quella confusione, a discernere, a distinguere emozione da emozione; adesso – in un angolino della tua mente – scopri l’immagine di cinque dita di mano serrate in un pugno; adesso guardi e ascolti quell’uomo e pensi:
«Riesce a spiegarti cosa c’è tra dito e dito quando le dita sono chiuse»!
Ora – in altri termini – hai la certezza incrollabile d’esser meno solo e…, sì…, anche meno diverso; ora, in altre parole, sai – e non perché lo dice lui, ma perché ne hai inconfutabilmente la prova provata – che non eri in errore, non ti sbagliavi quando – intuitivamente – arrivavi a dire a te stesso che il senso deve avere molti più colori di quelli che una quotidianità come la tua ti consente di vedere: già, dietro quel «oh-oh cavallo», tanto per fare un esempio, c’è – infatti – tutta la potenza evocativa – e il professore lo chiarisce inequivocabilmente – di una metafora folgorante sull’esistenza e la sua fine e, se è così, allora è sempre possibile – e soprattutto è lecito per chiunque, anche per te – andare oltre le apparenze, tentare di percorrere strade che – a rigor di logica –ti sarebbero precluse perché troppo impervie…
Se oggi – nonostante tutto – pur essendo inevitabilmente un “pinocchio alla rovescio”, anche il sottoscritto può fregiarsi del titolo di Dottore è perché – quel pomeriggio – qualcuno gli ha fatto capire che – come canterà qualche anno più tardi – c’è sempre “uno sputo di cielo” da illuminare.
Ringraziare quest’uomo ogni volta che lo vedo, pertanto, mi pare il minimo ch’io possa fare e – si badi – non è un rito, non è il portato di una sterile e puerile «idolatria da fan incallito»: le svolte sono tali se – e solo se – sono figlie della coerenza.

 

Matteo Sabbatani