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martedì 17 settembre 2013

E poi



E poi,
poi ci son quelli «di stretta osservanza»,
per così dire,
che però, a volte,
non voglion capire
come una danza può anche finire;
e poi,
poi ci son quelli che conosci tu
e che davvero non capisci più:
i “lor signori” che han senno e talento,
quindi van sempre dove porta il vento;
e poi,
poi ci son quelli così come noi:
recalcitranti come muli o buoi,
non è che amino le nostalgie,
ma voglion battere le nuove vie
solo se sanno di andare in un posto
dove la massa non va ad ogni costo;
perché, per vincer, ci son molte strade
e non è detto che quelle scoscese,
oggi o domani, sian prive d’insidie:
soltanto chi non accampa pretese
può veramente schivare le invidie;
soltanto chi sa davvero di sé
può far finta di non esser com’è.
Se specchi e luci ti fanno narciso,
spera che gli altri non vedano il viso
che ti porti addosso:
non so se lo sguardo sarebbe commosso.

mercoledì 31 luglio 2013

Presunzioni di un poeta





… E ora cosa resta di me, o meglio, di un orgoglio – il mio – ferito e “ricucito” così tante volte che nemmeno lui stesso rammenta quale fu il motivo del suo primo sanguinamento?
Qui seduto, scrivo, butto giù parole dotate sì di un minimo di senno e razionalità, ma dettate comunque dall’impeto, frutto – cioè – di quello che qualcuno ha definito “Flusso di coscienza”, con buona pace – forse – proprio di quest’ultima.
Quasi non s’ode – attorno – alcun rumore, cosa che mi agevola ed accompagna il formarsi – appena abbozzato – di questo sentiero. No, non è d’uopo domandare ad un poeta come e perché – volentieri – si lasci cullare dal silenzio: potrebbe rispondere che, al mondo, non è possibile – e, a ben guardare, neppure importante e meno che mai necessario – che tutti capiscano tutto e, siccome – poscia – qualcuno potrebbe anche offendersi per una simile reazione, meglio evitare…!
Si prenda puramente atto della cosa e, dunque, ci si limiti al sottile piacere dell’identificazione di se stessi in ciò che egli scrive o dice.
Ben altro, lo ammetto, dovrei adoperarmi a fare, lo so, ma – ignorando, non per scelta, financo la natura concreta e l’oggetto di questo ipotetico “altro” – m’acconcio a dar libero sfogo all’estro mio – nonché a quella psiche che ne è madre e che sempre m’appartiene – dedicandomi a ciò che più mi piace e meglio viene.
Mistero non c’è, né ho mai fatto – per me stesso e per nessuno – del mio amor per la scrittura, la parola, il linguaggio e le infinite trame che questi, nel loro simultaneo e multiforme combinarsi, possono ordire, però – chissà perché – leggo, ogni volta, stupore e meraviglia negli occhi di color che prendon atto di codesta  inclinazione: ebbene,  più il pubblico “stupisce” e trasale, più e con maggior lena – a bella posta – io m’arrampico sul senso delle cose e lo complico, lo dico in modo complesso, articolato, sottile, sottinteso, metaforico, dissimulato, e sapete perché? Perché, ogni tanto, mi piace far notare, far spiccare anche le differenze più vere e reali, quelle che – ad occhio nudo – non si vedono e che mi fan godere dell’essere tra voi, pur nella vostra più cieca – e perfino ostentata – ignoranza.
Matteo Sabbatani

giovedì 6 giugno 2013

Il peso dei ricordi

Non è quel che resta a far paura,
è quel che non c'è più a mancare:
il peso dei ricordi
non sta nel averli vissuti,
o nel loro esssere andati,
o nel fatto che,
chissà poi perchè,
belli o brutti che siano,
taluni solo a te
vengono in mente,
e non può che essere così;
no, il peso dei ricordi
non è nella scia
che inevitabilmente lasciano,
nel profumo che ora emanano le cose
che li han visti
diventar realtà...;
no, il peso dei ricordi
ha un tonfo sordo ed incalzante,
continuo, perpetuo, assillante,
come se una voce stridula dicesse:
"Vedi, sono qui,
sono ancora qui"!
Il peso dei ricordi,
a guardar bene,
è un peso che forse non c'è,
non esiste in natura
perchè, se non lo avessi,
se non lo sentissi,
non sapresti nemmeno chi sei.


(Matteo Sabbatani)

mercoledì 5 giugno 2013

A chi so io

Deliri,
anche di impotenza;
strali,
anche alla luna
e al sole,
alla loro ingombrante presenza:
di parole,
e per fortuna,
non ne mancan quasi mai
per descrivere quei guai
che a noi sembran tanto grossi
e che, in ver, son paradossi
d'una vita troppo agiata
per badare a quel che conta.
Sconsiderate considerazioni,
sproloqui,
minacce velate
e poi luoghi comuni:
va a vele spiegate 
la barca dell'invidia,
di chi parla e nemmen sa
dove sta la verità.
Già, è pur vero,
son felice
che non cambi la cornice
nella qual sta un certo quadro,
però no, non sono un ladro,
nè millanto, da impostore,
le certezze che non ho;
però io sono un signore:
mai e poi mai m'abbasserò
a pretender nulla in cambio
del sostegno ad un'idea.
A chi urla contro il vento
sol perchè non ha le palle
per sbollire un suo tormento,
posso qui ben consigliare
un po' di vacanza al mare!
(Matteo Sabbatani)

lunedì 4 febbraio 2013

Roberto Vecchioni inizia l’avventura di Amici: "Come sempre al centro della mia vita i ragazzi e la musica e le parole..."


“La cosa più importante nella vita di un uomo è avere tanti amori.
E io, alla soglia dei settant’anni posso dire di averne avuti tanti, perciò  sono un uomo fortunato.
Tra i più importanti, tra quelli sempre al centro della mia vita, ci sono stati i ragazzi e la musica e le parole. E le parole nella musica.
Oggi Maria De Filippi mi regala l’opportunità di mettere tutte queste cose insieme: parlare ai giovani delle parole nella musica.
Di perché le une e non le altre, di perché in quel momento e non in un altro.
E di farlo, spero, attraverso gli allievi di ‘Amici’ anche per tanti altri ragazzi che hanno voglia di ascoltare come ogni traccia che l’uomo lascia dietro di sé sia comunque cultura.
Inizio quest’avventura con grande emozione, grato a Maria, alla sua grande intelligenza e professionalità.”
 
Roberto Vecchioni


L’impresa, caro Roberto, è a dir poco ardua, anche – se non soprattutto – per il contesto e per il format in cui ti troverai ad operare, ma penso tu ne sia perfettamente e pienamente consapevole.
Non nego di avere qualche perplessità in merito a questa avventura: per averlo più volte visto e vissuto in prima persona, infatti, so molto bene quanto riesci a dare in situazioni a te confacenti e temo che questa non lo sia.
Temo, in altri termini, tu ti possa ritrovare a dover scendere a compromessi non di poco conto col tuo stesso modo di essere, con “la tua natura”, quella coerenza che sempre cerchi e dimostri nei fatti e nelle cose.
L’intento, stando a quanto hai dichiarato, è alto e nobile: speriamo ti sia consentito di perseguirlo. Auguri!
Con l’affetto, la stima e la gratitudine di sempre,
Matteo Sabbatani
 
Caro Matteo, grazie per la tua osservazione, soprattutto perché manifesta grande stima, amicizia e affetto nei miei confronti. Comprendo i tuoi dubbi, e non ti posso negare che anch'io ho riflettuto a lungo prima di accettare l'invito, però è altrettanto importante, nella vita di tutti i giorni come in un percorso artistico, crederci e provarci, perché non ho mai accettato passivamente le situazioni e i luoghi comuni, ho voluto sempre metterci la mano, provare (nel mio piccolo) a cambiarle. Non lo so quanto resterà di me ai ragazzi che partecipano alla trasmissione o a quelli che la seguono da casa, però in questi primi giorni di avventura ad Amici ho avuto tanti messaggi, tanti riscontri proprio dai giovani. Credo, quantomeno, di aver destato la loro curiosità, come di aver posizionato un punto di domanda nei loro pensieri. Se così è, se così sarà lungo questo percorso, avrò, anzi avremo, gettato un seme. Magari piccolo, ma un seme. Chissà, magari in futuro loro sapranno farlo germogliare. E tutto ciò è già importante. Grazie ancora del tuo interessamento, con reciproco grande affetto,
Roberto Vecchioni 


mercoledì 30 gennaio 2013

Cosa, quando, chi e soprattutto perchè...


Questa stanzetta virtuale (avrete notato che mi piace chiamarla così) è “casa mia”, lo so, eppure – ogni volta – mi ritrovo ad entrarvi – per così dire – in punta di piedi, quasi come se temessi di offendere, di metter becco in faccende non mie, in cose che non mi riguardano.
Il gennaio del 2013 – ora lo posso dire con piena consapevolezza e cognizione di causa – è stato, per certi versi, un mese assurdo e surreale, ammesso che mi sia concesso di esprimermi in questi termini: sul lavoro, nessuna novità e – anzi – sembra che tutto e tutti siano fermi, in attesa di non si sa bene cosa, quando, chi e  soprattutto  perché.
Però…, sì…, però – forse – in periodo elettorale e pre-elettorale è sempre così; però…, sì…, però – forse – sono io che la vedo in questo modo; però…, sì…, però – forse – è semplicemente l’ennesima dimostrazione che non sono adatto, non fa per me star su questa barca, solcare questo mare: intendiamoci, non è che non sappia leggere le carte nautiche o seguire la rotta – magari cercando di orientarla un po’ – ma il sottoscritto si ostina – povero illuso – a  considerare il mare come la distanza – tutt’altro che incolmabile – tra due porti, tra due approdi e – perché no – tra una realtà e un sogno ipoteticamente realizzabile.
Sul piano personale, poi, non ne parliamo: dire che sto attraversando una fase di apatia pressoché totale è un eufemismo, o meglio, non rende l’idea.
Sì, perché – a ben guardare – la mia non è proprio apatia; piuttosto – tornando alla metafora del mare e della barca – mi sembra sempre di remare controvento e controcorrente, ma non per volontà, non per scelta: so bene – molto bene, credetemi – quel che vorrei e quel che sto cercando (di recente – a differenza che in passato – ho anche preso, almeno credo, a scrollarmi di dosso qualche remora eccessiva nel rapporto con gli altri e, in particolare, con le donne), tuttavia – quando non ci pensa la vita a ricordarmi che ho un handicap – sono proprio loro, le donne, a far 'si ch’io viva anche l’intelligenza, la cultura, il sapere come elementi ostativi nei loro confronti, come qualcosa che – una volta di più – mi rende diverso e “difficile”.
Ora, mi chiedo:
“Possibile che non abbia mai capito niente?”
Sono convinto – e lo sono sempre stato, al punto da incentrare la mia esistenza su questo – che, non potendo contare sulla prestanza fisica, l’unica carta vincente che uno come me può giocarsi al cospetto del mondo sia la testa e che, dunque, le uniche armi in mio possesso – aborrendo il pietismo – siano, oltre all’intelligenza, l’ironia e il sarcasmo.
Se poi mi si dice, o mi si fa intendere, che così non va – perché, che so io, posso mettere in soggezione – allora…!

Matteo Sabbatani